I miei omaggi, Cavaliere...

"I miei omaggi, Cavaliere...". E' questa la frase che da una settimana sento ripetere quando le persone mi incontrano per strada, mi scrivono messaggi o mi mandano mail. 

Ebbene sì, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con il decreto del 2 giugno 2026, mi ha nominato Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica italiana per avere portato un contributo alla Nazione nel campo delle Arti, della cultura e del teatro. Una nomina inaspettata, vista l'età, ma molto gradita, vista la mole di lavoro degli ultimi 20 anni. 

E fra i messaggi ricevuti, uno in particolare mi ha fatto scendere una lacrima. Recitava più o meno così "ti sei consumato le scarpe su centinaia di palcoscenici per difendere la nostra storia e la nostra memoria. Grazie di averlo fatto". 

Io credo che un riconoscimento di questo spessore non vada a premiare lo sforzo di un uomo che, in fondo, ha soltanto fatto discretamente il suo mestiere (come moltissimi altri uomini e donne che rimangono nell'anonimato), ma vada dritto a premiare il valore che questo mestiere produce nelle persone. Il valore che le storie che ho raccontato in 325 teatri italiani, davanti a 64 mila spettatori, hanno avuto nei confronti delle persone.

Come sostiene un maestro regista con cui ho avuto la fortuna di lavorare "i protagonisti non siamo mai noi ma sono le storie che raccontiamo". Uno che fa il mio mestiere è soltanto una sorta di strumento, più o meno bravo. Un veicolo chiamato a far passare messaggi da una storia a un pubblico. E' per questo che quel commento mi ha fatto così piacere: perché riconosce appieno il valore di quel che facciamo ogni giorno (uso appositamente il plurale).

E grazie a quel "CAV" oggi quel valore lo riconosce anche la nostra Repubblica. Di questo sarò eternamente grato al Presidente Mattarella. Perché nominare Cavaliere uno storyteller di 51 anni è in primo luogo coraggioso: significa dare allo storytelling teatrale un valore artistico, etico e sociale molto elevato. Significa premiare un percorso che è nel suo vivo, più che una carriera che è al termine, significa andare a riconoscere il racconto storico come strumento per generare un cambiamento positivo nelle persone e nelle comunità.

Significa infrangere gli schemi: un'arte che diventa strumento e non celebrazione di sé! 

Ho sempre creduto che l'arte, in qualsiasi sua forma, sia un elemento prezioso per un popolo e che di quel popolo rappresenti la vera anima. Ma oggi più che mai penso che l'arte non possa e non debba essere mai fine a sé stessa, ma debba e possa essere strumento di crescita, di miglioramento, di progresso, di sviluppo.

Il vero artista, nella mia visione, non è quello che dimostra di essere il migliore a recitare, a cantare, a scrivere o a suonare, ma è colui che con la sua opera fa la sua parte per migliorare un po' il mondo. Il vero artista non è avulso dalla società, ma ne è perno! Non è colui che cerca la perfezione nel suo mondo artistico, ma è colui che cerca il cambiamento al di fuori del suo mondo.

L’arte in grado di generare un cambiamento positivo è l’arte in cui ho sempre creduto, credo e crederò in futuro.

E’ ciò che, insieme allo straordinario staff di musicisti e collaboratori con cui lavoro, continuiamo a ripeterci. E senza questa sintonia di squadra, questo riconoscimento non sarebbe mai arrivato. Perché se un titolo viene dato alla punta dell’iceberg, quel titolo va fin alle radici più profonde, coinvolgendone tutte le terminazioni. Insieme abbiamo calcato i palchi dei teatri di provincia, delle sale delle comunità, degli auditorium scolastici… senza mai stancarci. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, storia dopo storia. E anche quando avremmo potuto ambire a teatri più importanti, abbiamo preferito rimanere nel nostro contesto: quello che ci offre un rapporto diretto, quasi personale, con il nostro pubblico. Quello che meglio si presta a generare il cambiamento!

Come per tutti gli iceberg, non so dove ci condurrà navigare in questo oceano turbolento e spesso guastato da onde minacciose, ma so che sarà molto difficile sciogliere l’iceberg, perché quel ghiaccio è solido e credo che la ragione di tale solidità sia una sola: di fronte a esempi di successo e notorietà basati sull’arroganza (non serve che citi noti personaggi mondiali…) noi abbiamo scelto di fare l’esatto contrario. Abbiamo basato il nostro successo sulla perseveranza, sul lavoro quotidiano e sull’ascolto del bisogno.

E oggi tutto questo è stato ritenuto “cavalleresco”. Grazie di cuore, Signor Presidente!