Firenze

In via del Giglio, al civico 8, nel centro storico di Firenze, fra la fine degli anni ’20 e gli anni ’30, la signora Nella Castiglioni, ebrea fiorentina, gestiva una deliziosa residenza per turisti: la “pensione Castiglioni”. Il marito Olderigo Fiano, anch’egli di religione ebraica, era dirigente alle Poste centrali di Firenze.

Ebbero due figli: Enzo e Nedo.

La storia di questa famiglia è tristemente e strettamente connessa al dramma della Shoah.

Dopo l’emanazione delle leggi razziali antiebraiche, nel settembre del 1938, Nella Castiglioni fu costretta a chiudere la pensione per effetto del divieto, esteso a tutti gli ebrei, di esercitare l’attività d’impresa. Al contempo, il marito Olderigo fu licenziato dalle Poste, in quanto quelle leggi impedivano ai cittadini ebrei di lavorare per conto dello Stato. Il primogenito Enzo riuscì a conservare il suo lavoro come portiere di un prestigioso albergo cittadino, mentre il piccolo Nedo, allora tredicenne, venne cacciato dalla scuola pubblica, interdetta ai cittadini di origine ebraica.

La famiglia Fiano riuscì a sopravvivere per alcuni anni in quel contesto brutale e rimase a Firenze anche molto dopo lo scoppio della guerra (1 settembre 1939). Enzo conobbe una giovane pisana (Lilia di Porto) e la sposò. Dalla loro unione, il 14 dicembre 1942 nacque il piccolo Sergio. Nedo si diplomò alla scuola clandestina organizzata dalla comunità ebraica fiorentina.

La situazione si complicò dopo l’8 settembre del 1943, quando gran parte d’Italia passò sotto il controllo nazifascista. Olderigo, Nella e Nedo riuscirono a trovare un nascondiglio nello scantinato della famiglia Corsi, amici di vecchia data, in via de' Bardi. Era il periodo dei rastrellamenti sistematici della polizia nazifascista, delle retate, delle delazioni (denunce del nascondiglio degli ebrei in cambio di denaro).

Le speranze di scampare alle deportazioni si ridussero al minimo, fino ad azzerarsi totalmente. Enzo, Lilia e il piccolo Sergio vennero arrestati il 31 gennaio 1944. Il 6 febbraio, stessa sorte toccò a  Nedo: in via Cavour un poliziotto gli puntò una pistola al fianco e lo portò in carcere. Pochi minuti prima aveva abbracciato la madre per l’ultima volta da uomo libero, sullo splendido Ponte alle Grazie.

Nella e Olderigo vennero arrestati il 31 marzo del 1944. Tutti i Fiano furono costretti allo stesso, drammatico percorso: rinchiusi nel carcere delle Murate, in città, traferiti successivamente nel campo di smistamento di Fossoli (nei presi di Carpi, in provincia di Modena) e poi stipati come bestie su uno dei convogli diretti nella Polonia occupata, ad Auschwitz, in alta Slesia.

Enzo, Lilia e Sergio furono deportati sul convoglio numero 9 che finì la sua corsa ad Auschwitz il 10 aprile 1944. Al loro arrivo, furono immediatamente assassinati in una delle 4 camere a gas di Birkenau: Lilia aveva 30 anni, Enzo 29 e il piccolo Sergio soltanto 15 mesi.

Nella, Olderigo e Nedo salirono sul convoglio successivo: nell’inferno di Birkenau arrivarono il 23 maggio.

Scesero dal vagone e vennero divisi, ma Nella riuscì a fare un ultimo gesto di amore nei confronti del figlio… si avvicinò a Nedo e gli chiese di poterlo stringere fra le sue braccia come faceva da bambino al civico 8 di via del Giglio: “ricciolino mio, abbracciami, non ci vedremo mai più…”.

L’abbraccio fu talmente intenso che i due sembrarono divenire un’unica essenza per alcuni istanti. Poi una SS nazista li divise brutalmente.

Nella Castiglioni Fiano fu assassinata quel giorno, asfissiata con un gas pesticida, lo Zyklon B.

Olderigo sopravvisse alcune settimane prima di seguire la triste sorte dell’amata moglie.

Nedo fu l’unico superstite della famiglia.

Si salvò grazie ad alcuni espedienti: conosceva il tedesco e venne utilizzato come interprete e successivamente sfruttò intelligentemente le sue capacità canore per ottenere un po’ di cibo. Dopo Auschwitz, fu internato, in condizioni altrettanto brutali, in altri 5 lager nazisti fra Polonia e Germania. Venne liberato dalle truppe americane a Buchenwald, alle 15.15 dell’11 aprile 1945, quando ormai era allo stremo delle forze.

Quel giorno aveva solo 20 anni e si rese conto di avere perso tutto ciò che di “caro” aveva nella sua vita.

Nel mio lavoro di ricerca e narrazione della Shoah, ho avuto la fortuna di conoscere personalmente alcuni sopravvissuti a quel dramma catastrofico per l’essere umano. Ma Nedo Fiano è quello che mi ha colpito di più.

La prima volta che cenammo insieme, si sedette di fronte a me, sbottonò il polsino della camicia, alzò la manica fino al gomito, mi guardò negli occhi e mi disse: “partiamo da qui”. Sul suo avanbraccio sinistro c’era un tatuaggio molto visibile. C’era scritto A5405. Era il suo numero di matricola da deportato. Non potrò mai dimenticarlo!

A maggior ragione ogni volta che lo immagino felice e sorridente, impegnato nei suoi giochi d’infanzia, in un bel palazzo del centro storico di Firenze, in via del Giglio, al civico 8.