EDITH
Una ballerina all'inferno
Accade qualcosa di strano nella nostra vita quotidiana: “l’arte” viene spesso considerata come un elemento accessorio alla nostra esistenza. La capacità di danzare, di suonare, di esprimerci attraverso linguaggi artistici è qualcosa che, nella comune percezione di questa epoca, “se c’è bene, se non c’è… bene lo stesso”. Ma esistono situazioni della nostra vita nelle quali l’intero mondo ci crolla addosso e nella brutalità più assoluta è proprio quell’arte che è in grado di salvarci la vita. E’ proprio quella “cosa” accessoria che assume il ruolo di elemento fondamentale per la nostra sopravvivenza. Esistono storie che dimostrano questo assunto con assoluta chiarezza. Con strabiliante assonanza. La storia di Edith ne è l’emblema perfetto. Nella brutalità più cupa del secolo scorso, dove l’uomo cercò di rendere disumano l’altro, qualcosa di apparentemente accessorio e volatile, la danza, si dimostrò per una giovanissima ragazza ebrea l’unica ancora di salvezza a cui appigliare la sua vita e quella delle sue compagne…
La vicenda
Edith Eva Eger è una giovane ballerina ungherese. Vive a Kassa e proviene da una famiglia ebrea. Sogna, come tutte le ballerine, di calcare l’assito di palchi importanti e scintillanti, ma vedrà la sua infanzia finire traumaticamente in un lager nazista, nel complesso concentrazionario di Auschwitz. Insieme alla sorella Magda, dopo avere perso i genitori, Edith si troverà a fare i conti con la brutalità quotidiana del campo, nel periodo peggiore dello sterminio, la fase in cui i nazisti decisero l’eliminazione di 800 mila ebrei ungheresi. Ma prima ancora che nelle camere a gas, l’eliminazione avveniva nel cuore e nella mente dei deportati, vessati e trattatati alla stregua dei peggiori animali, considerati soltanto “pezzi” e non esseri umani, derisi e sbeffeggiati, offesi e disumanizzati fino alla rassegnazione totale. Un disegno al quale fu impossibile opporsi per milioni di persone, ma non per lei: questo “scricciolo” di raffinatezza e dolcezza riuscì a sconfiggere quel male così atroce, attaccandosi, mentalmente e fisicamente alla sua passione, alla sua arte alla sua danza. Danzò per il perfido Mengele, nel fango di una baracca, scampò alla violenza sessuale, trovò la forza di muovere le sue gambe durante le “marce della morte” e non la diede mai vinta al suo nemico: sconfisse i nazisti a passo di danza…
Il racconto
Il format del racconto di Edith Eva Eger è un mix di linguaggi di cui Turelli è autore. Ha firmato la sceneggiatura del lungometraggio di 60 minuti che fa da “cuore” pulsante del momento teatrale: l’’alternarsi delle vicende di Edith, dalla sua infanzia felice in sala di danza, alla liberazione, nel maggio del 1945, dopo incredibili sofferenze. Turelli introduce il racconto, lo accompagna con le sue enunciazioni nei momenti di maggiore suspence, alle sue spalle scorre la pellicola: un mix perfettamente bilanciato di coreografie, recitazione, narrazione, musica, tale da essere valso l’Impact Award della 52esima edizione del Festival internazionale del Cinema di Giffoni, l’Oscar del cinema per ragazzi. I 90 minuti di format chiudono con le riflessioni dell’autore sulla potenza dell’arte come strumento di vita, che neppure la brutalità della guerra e della dittatura è in grado di spegnere.
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